Ill.mo Dottor S.,
mi duole non poter inserire la K al posto della C nel proprio cognome a conseguenza della sua "coraggiosa" direi missiva.
Mi meraviglia la Sua propensione verso i desertici lidi destrorsi, la facevo molto più combattivo per la difesa della coerenza, sentimento di cui l'amata patria avrebbe sinceramente bisogno come l'aria, compreso il neo leader Fini, sicuramente uomo di pregevole fiuto, ma per gli interessi suoi e soltanto suoi.
Una volta capito, il Lupo, che il suo ormai ripudiato Kapo non gli avrebbbe concesso i benefici tanto promessi con la fusione dei partiti, ora mostra la dentatura canina che lo ha sempre contraddistinto.
Urge al pari specificare che non è certo coerente pure la finta sinistra paesana, la quale sproloquia a proposito di valori da difendere dimenticando, come per l'appunto ha sottolineato Lei Dottor S. nella Sua missiva, di onorare (sì, utilizzo gergo impropriamente violentato da alcuni fascisti ignoranti del significato del termine) un uomo che, destra o sinistra che egli abbia rappresentato, era comunque un uomo con il valore della legalità.
La finta sinistra che ci vorrebbe rappresentare è anche dichiaratamente scesa a patti con la volpe nera, agendo allo stesso modo in cui i promessi sposini si lanciano nell'avventurosa esperienza nuziale, trascurando ciascuno la propria repulsione verso le convinzioni sacre per il futuro coniuge (c'è chi si sposa senza condividere ad esempio la volontà di avere figli o negando all'evidenza del prete le proprie manie che lo opporrebbero al prossimo compagno/a di vita ma solo per una maschera da portare all'altare).
La sinistra italiana è morta da tempo e tutti noi sognamo un nuovo Pertini in grado di risollevare anche solo con la fermezza delle sue parole le sorti del Paese, a difesa dei giovani, dei meno abbienti, dei disoccupati.
Dovendomi fermare con i riferimenti a un livello più basso, senza raggiungere l'apice della scala politica italiana, riconosco a oggi una sola persona in grado di far pensare all'Italia non più come a una terra depredata della propria intelligenza a beneficio dello squallore politico-sociale, bensì come un posto a cui tornare, il luogo in cui condividere il valore della libertà, la casa-patria dei suoi figli destinati alla fuga, la Patria tanto amata dal nostro Presidente Sandro Pertini e deturpata dall'uso del termine stesso da parte di uomini che l'hanno resa un pollaio, un ovile, una tribù.
Esiste a mio avviso un solo uomo oggi, come dicevo, in grado di fare ciò e questi risponde al nome di Niki Vendola il quale, a dispetto di ogni forma di pregiudizio, ha saputo convincere molti uomini di ogni idea politica della propria bontà intellettuale e volontà politica del costruire.
Purtroppo il constatare la Sua sterzata a destra mi fa rimanere male Ill.mo Dottor S.; La invito pertanto a meditare sulla stoltezza della Sua, lei pensa "libera", scelta e a dirigere la rotta verso spiagge meno vulcaniche e intellettualmente meno desertiche.
Forza Dott. S., siamo tutti con Lei , non molli (anche questo termine è usurpato da taluni esponenti della Loro destra).
Con la massima stima,
Dott. C.
appena nato dalla parte di sotto, questo blog è un inno alla parte sbagliata. quella che riguarda un po' tutti, bene o male. ma senza pretese
martedì 7 settembre 2010
venerdì 28 maggio 2010
Volevi solo aspettare la sera (per la ragazza che ho ucciso)
Mi ero appena trasferito in una zona molto tranquilla della città, poco distante dal centro dove avevo trascorso la maggior parte del mio tempo fino ad allora. Dicevano che quel terreno fosse inquinato, che vi fossero stati scaricati per anni ettolitri di veleno a conferma di quanto mi raccontò mio nonno poco tempo prima di andarsene. Eppure l’avevano sistemata, e quell’area morta era diventata parco, qualche edificio e molta vegetazione gonfia, brillante e insospettabilmente finta. Ma non si stava male. Quando, lasciata la casa dei miei genitori, avevo deciso di darmi libertà, ero stato colpito subito da quel verde a poca distanza dal cemento e dal traffico. E il borgo tutto sul rosso con cui gli architetti avevano spartito il lotto sei, mi era sembrato il più adatto ai miei gusti perché aveva case isolate, l’ultima delle quali sul lato più ombroso e seminascosta da una coppia di alberi ad alto fusto e un cortile che dava direttamente sul lago.
Aspettavo in giardino, rilassato, la scomparsa del giorno, immerso nelle luci di un tramonto che non finiva mai. Non sapevo da dove veniva, glielo avrei chiesto più tardi se ci fosse stato concesso. Ma Alice quella sera aveva già il colore del bosco che le copriva la pelle, come se si volesse fondere a lei. Era scura eppure brillava e la luce del sole impazzito sulle porte della notte la contornava come se fosse una figura magica.
La invitai da me, appena ebbi la possibilità di parlare. Prima no, ero imbalsamato. Impossibile distogliere lo sguardo prima, dal corpo che si era fermato ad ammirare il bosco allagarsi del viola del vespro. E nella pozza di acqua rimasta dalle ultime piogge le avevo colto il dettaglio del viso rapito e immobile e delle labbra schiuse a recitare qualcosa, credo un’invocazione per il miracolo della sera che si sarebbe compiuto ancora.
Così, dopo averla ammirata, e disciolta ogni mia residua virilità di uomo solitario, senza altro chiedere alla mia anima, sentii il bisogno di rimanere in sua compagnia. Nulla più che qualche ora di amore violento, io e lei complici dello stesso schiaffo con cui il mio sguardo l’aveva colpita. Un po’ padroni, in parte prede dell’altro, come per dividerci la colpa di una scelta per nulla razionale. Lei e io, seminudi nel nostro essere assetati di fragili certezze. Questo mi immaginavo, un’illusione di comprimere e invece ero io del tutto impalpabile a me stesso, con l’anima nera e senza possibilità se non quella di rendermi all’altro oltre la dimensione superficiale. Perché non ero io l’animale, ma solo il suo desiderio, e lei non sapeva. Voleva solo aspettare la sera e fuggire via come fa la luce dal giorno.
L’avrei afferrata di lì a poco, da fuori a dentro, senza badare al tatto. La scelta della preda è istinto, follia rilasciata dai propri sensi profondi. Decisione che chiede al cervello, trapassa il cuore, le vene , i muscoli e si rovescia intorno. Come una macchia di inchiostro che è impossibile fermare. Così mi sei apparsa, indomabile al controllo meschino di un uomo che scaglia la rabbia da sé, ma diventa pietra. Quando i tuoi occhi hanno imposto ai miei di cercargli il dolore nel fondo, noi due, immersi nella vegetazione lacustre, ci scioglievamo nell’acqua. Non ho temuto di farti male, ti ho solo afferrata seguendo l’onda della mia vena possessiva, solo per prendermi cura del tuo contorno illusorio, teso a scomparire. Più ti stringevo, più diventavi parte della mia mente e mi regalavi l’anima, eppure il corpo era diventato ghiaccio e di lì a poco fluido, vittima del mio calore meschino.
Dissero che eri morta. Ti ritrovarono gonfia e nera, a pochi metri dalla riva di quella pozza mutata in lago di profondo viola. Ti trovarono immobile, con le labbra schiuse come per sussurrare alla luce che non doveva tornare. Che non volevi amore, questo non lo sapevo. Volevo solo tenerti nel cuore, perché di lui eri il sangue e l’ossigeno e la stessa carne che lo componeva. Volevi restare sola, ad ammirare il colore infrangersi nel quadro della sera, in quella zona morta e finta e ancora viva se mi fermo a osservarla dal fondo del mio dolore.
(Tema: il dolore)
Aspettavo in giardino, rilassato, la scomparsa del giorno, immerso nelle luci di un tramonto che non finiva mai. Non sapevo da dove veniva, glielo avrei chiesto più tardi se ci fosse stato concesso. Ma Alice quella sera aveva già il colore del bosco che le copriva la pelle, come se si volesse fondere a lei. Era scura eppure brillava e la luce del sole impazzito sulle porte della notte la contornava come se fosse una figura magica.
La invitai da me, appena ebbi la possibilità di parlare. Prima no, ero imbalsamato. Impossibile distogliere lo sguardo prima, dal corpo che si era fermato ad ammirare il bosco allagarsi del viola del vespro. E nella pozza di acqua rimasta dalle ultime piogge le avevo colto il dettaglio del viso rapito e immobile e delle labbra schiuse a recitare qualcosa, credo un’invocazione per il miracolo della sera che si sarebbe compiuto ancora.
Così, dopo averla ammirata, e disciolta ogni mia residua virilità di uomo solitario, senza altro chiedere alla mia anima, sentii il bisogno di rimanere in sua compagnia. Nulla più che qualche ora di amore violento, io e lei complici dello stesso schiaffo con cui il mio sguardo l’aveva colpita. Un po’ padroni, in parte prede dell’altro, come per dividerci la colpa di una scelta per nulla razionale. Lei e io, seminudi nel nostro essere assetati di fragili certezze. Questo mi immaginavo, un’illusione di comprimere e invece ero io del tutto impalpabile a me stesso, con l’anima nera e senza possibilità se non quella di rendermi all’altro oltre la dimensione superficiale. Perché non ero io l’animale, ma solo il suo desiderio, e lei non sapeva. Voleva solo aspettare la sera e fuggire via come fa la luce dal giorno.
L’avrei afferrata di lì a poco, da fuori a dentro, senza badare al tatto. La scelta della preda è istinto, follia rilasciata dai propri sensi profondi. Decisione che chiede al cervello, trapassa il cuore, le vene , i muscoli e si rovescia intorno. Come una macchia di inchiostro che è impossibile fermare. Così mi sei apparsa, indomabile al controllo meschino di un uomo che scaglia la rabbia da sé, ma diventa pietra. Quando i tuoi occhi hanno imposto ai miei di cercargli il dolore nel fondo, noi due, immersi nella vegetazione lacustre, ci scioglievamo nell’acqua. Non ho temuto di farti male, ti ho solo afferrata seguendo l’onda della mia vena possessiva, solo per prendermi cura del tuo contorno illusorio, teso a scomparire. Più ti stringevo, più diventavi parte della mia mente e mi regalavi l’anima, eppure il corpo era diventato ghiaccio e di lì a poco fluido, vittima del mio calore meschino.
Dissero che eri morta. Ti ritrovarono gonfia e nera, a pochi metri dalla riva di quella pozza mutata in lago di profondo viola. Ti trovarono immobile, con le labbra schiuse come per sussurrare alla luce che non doveva tornare. Che non volevi amore, questo non lo sapevo. Volevo solo tenerti nel cuore, perché di lui eri il sangue e l’ossigeno e la stessa carne che lo componeva. Volevi restare sola, ad ammirare il colore infrangersi nel quadro della sera, in quella zona morta e finta e ancora viva se mi fermo a osservarla dal fondo del mio dolore.
(Tema: il dolore)
venerdì 4 dicembre 2009
Mentre ascolto Paranoid Android
mentre ascolto paranoid android dei radiohead penso che ho una marea di voci nella mia testa, lo canta tom yorke ma è una cosa di cui mi rendo conto sempre più spesso, questo vorrei spiegare, che ho sempre un unico interminabile flusso di pensieri dentro la mia testa, continuo a pensare alle cose come potrebbero accadere se io non fossi presente in quel momento. successioni di immagini, è un flusso continuo. le immagini a volte possono spiegare quanto nessun insieme di parole è capace di fare. o di azioni. o di espressioni del viso. immagini. e dentro di esse a volte non riesco bene a districarmi proprio perchè c'è un disturbo di fondo, ed ecco che le immagini diventano suono, o almeno una fusione di forme, linee, contorni in continua evoluzione il cui movimento è dettato dalle onde sonore. quando scoppia la musica nei dintorni della mia persona non posso fare altro che lasciarmi rapire, non ho mai saputo scrivere o leggere o pensare attivamente in sua presenza. non so fare neanche due più due se c'è una canzone nei miei pressi, sembra quasi che sia lei stessa a volermi e non mi posso negare. o almeno è la mia mente che automaticamente si lascia trasportare. a volte la musica è un flusso di parole, una sinfonia che davvero diventa sintonia, è proprio questo il senso...se esiste qualcuno che sa parlare il tuo linguaggio, a chi altro dovresti dedicare la tua attenzione? verso quale altro orizzonte rosso e credibile puoi scagliare il tuo sguardo? quello è il momento di lasciare che i due pensieri, le due forme di linguaggio si fondano per divenirne una soltanto. non è romanticismo, è quasi fisica, oppure se vogliamo è una forma di psicologia, è un'attrazione, un'innamoramento verbale, mentale ecco. tutto è mentale quando sei immerso in un vuoto in cui il corpo non può nulla, e l'energia che contiene comincia a scorrere fino a dover sgorgare da qualche parte per non bruciarlo. e sgorga in un pensiero che può diventare incandescente. c'è solo il pensiero che agisce anche senza azione, senza volontà, quasi a catapulta. avevo questo in mente. questo sentiva il bisogno di uscire, in questo momento di paranoia in cui l'androide prende possesso dell'uomo e lo dissolve nel suo fluido paralizzante. in quale pianeta abita il pensiero?
mercoledì 25 novembre 2009
giovedì 29 ottobre 2009
Fondamentale
Esiste una continuità in quello che facciamo, nonostante a volte possa sembrare impossibile perché sembra essersi interrotta. Le situazioni cambiano spesso, è naturale che sia così. Ma il cambiamento è l'aria di cui abbiamo bisogno per non soffocare.
E' nell'ordine delle cose naturali cambiare, dare seguito all'esigenza di mutare la propria condizione per un puro istinto animale di sopravvivenza.
Così, riceviamo dall'esterno un impulso, uno stimolo che ci mette in allerta, e domandiamo a noi stessi: quanto vale la pena?
Ogni volta che me lo chiedo, trovo sempre la stessa risposta, che è una domanda: quanto ti senti vivo?
Non c'è mai il tempo di riflettere su questo dubbio, perché per me è istintivo proiettarmi al cambiamento, anche se spesso non ho abbastanza forza di volontà, abbastanza distacco dalle mie convinzioni che, detto tra noi, sono poche e molto comuni. Sono convinzioni futili, mascherate da certezza, mentre in realtà sono debolezze d'animo.
Le vere convinzioni sono immutabili anche di fronte a catastrofi di indecisioni. Sono i cardini della mia vita, il mio sangue, il mio contatto continuo con la mia anima esterna, il mio tempo residuo.
Tutto il resto è in continua evoluzione. E' il cambiamento che amplifica la stabilità delle cose per me fondamentali.
E' nell'ordine delle cose naturali cambiare, dare seguito all'esigenza di mutare la propria condizione per un puro istinto animale di sopravvivenza.
Così, riceviamo dall'esterno un impulso, uno stimolo che ci mette in allerta, e domandiamo a noi stessi: quanto vale la pena?
Ogni volta che me lo chiedo, trovo sempre la stessa risposta, che è una domanda: quanto ti senti vivo?
Non c'è mai il tempo di riflettere su questo dubbio, perché per me è istintivo proiettarmi al cambiamento, anche se spesso non ho abbastanza forza di volontà, abbastanza distacco dalle mie convinzioni che, detto tra noi, sono poche e molto comuni. Sono convinzioni futili, mascherate da certezza, mentre in realtà sono debolezze d'animo.
Le vere convinzioni sono immutabili anche di fronte a catastrofi di indecisioni. Sono i cardini della mia vita, il mio sangue, il mio contatto continuo con la mia anima esterna, il mio tempo residuo.
Tutto il resto è in continua evoluzione. E' il cambiamento che amplifica la stabilità delle cose per me fondamentali.
giovedì 16 aprile 2009
martedì 14 aprile 2009
Bunjee Jumping mentale: chimica del pensiero
...ritorno dalla Francia, Saint Michel, Montmartre, rue de la Musique...la mente ancora a mollo nel letto della Senna, così musicale...ma chanson libre, un vecchio 45 giri di Battisti desideroso di essere portato via...la luna era piena a fianco di Notre Dame! e i mostri a proteggerla. Luna così glaciale, una macchia pallida dispersa tutto intorno, avrei voluto scrivere al mondo come Pierrot...oggi il sole è alto dentro l'azzurro, lontano 1000 km. Cielo solido di una Luino improvvisa, non una scalfittura di nuvole a infrangerlo come fanno gli aerei, o le barche senza pietà sulla pelle del lago. Le giornate parigine invece sono state variabili, giornate di vento e di sole e di piogge improvvise nascoste dentro nubi innocue a vederle galleggiare alte nel cielo e poi, improvvisamente, plumbee nell'ombra delle vie. Variabili fisiche, un'altalena di pressioni basse e poi alte e temperature senza equilibrio. Come se una parte del mio pensiero si fosse riversata nella grande coppa del cielo a testa in giù, nella vertigine del Bunjee Jumping mentale. Coppa rovesciata, pensieri come molecole libere di piovermi addosso e di riemergere senza peso. Facile perdersi col pensiero tra i boulevard. Dimenticarsi pezzi di realtà, giocare a sfuggirne.Tramutarsi in molecole, lasciarsi trasportare. Diventare suono, profumo di pioggia, frammenti di chimica grandi come granelli di sabbia, colpire gli occhi di chi non sa guardare senza farsi un giro vorticoso nei sogni. Di Montmartre ricordo bene il tepore, il sole scivolare sulla pelle in microgocce di sudore...pelle di aprile, ancora vergine e nuda, scaldata da un alito di primavera incipiente. Poi la pioggia forte, brividi dispersi sulla schiena febbricitante, l'acqua del cielo diventata ghiaccio nel cuore di Saint Michel. E ancora i ponti, le strade, le luci, il verde chiaro e gli steli a reggere fragili petali di colore. Qualche profumo amaro, la nutella (yum-yum), un solletico al cuore nella prima notte e tu...poi la luna ha reso i pensieri di ghiaccio, il suo tramonto li ha tramutati in gocce ancora non bene identificate...
tratto da "Il Sognatore e le Nuvole"
romanzo mai nato di
Paolo Clarà
tratto da "Il Sognatore e le Nuvole"
romanzo mai nato di
Paolo Clarà
domenica 25 gennaio 2009
martedì 13 gennaio 2009
venerdì 9 gennaio 2009
Elogio del Franco Ossola
"Là in fondo, dietro le case arroccate intorno alla Chiesa di San Rocco, oltre la collina e il Lago, laggiù, insediata dal medioevo ai piedi delle castellanze arroccate sui colli, in un punto non lontano da un estremo della penisola, la città viveva, la patria del calcio era lì, Varese, nobile decaduta, e nel suo cuore, ferito ma fiero, era stato posto il più pregevole monumento che l’uomo avesse mai costruito, il Franco Ossola".
venerdì 2 gennaio 2009
Paz!
Non so disegnare, a volte mi lascio andare a qualcosa di istintivo, piccoli schizzi con la penna, ghirigori da cui nascono più che altro facce con nasi enormi e orecchie a punta, mie ossessioni da sempre. Ricordo un esperimento che provammo a scuola, disegnare linee liberamente con l'attenzione alla musica e riempirne gli spazi con i colori per creare delle figure immaginarie, forse nascoste dentro di noi e improvvisamente identificate sulla carta. Ricordo che le mie linee diedero alla luce un mostro a due teste, una delle quali portava un anello al naso, tipo toro o guerriero tribale, e una lunga barba che colorai immediatamente di viola. Quando ripeto questo gioco istintivo ancora oggi per fatti miei, nelle pause in cui mi isolo da tutto quanto mi passa attorno, vengono fuori dei volti strani e tutto sommato espressivi, lunghi musi tipo fratelli Dalton con piccoli baffetti appuntiti sotto i loro nasi ingombranti; zigomi rotti di pugili e occhi capillarizzati; mostri tutto proboscide-orecchie-ali; lingue di serpente a doppia o tripla punta spuntate da labbra di donne superdotate. Ho paura di questi soggetti, confesso. A volte mi esce la divertente accoppiata naso-mento di Zanardi. Penso spesso al nasone di Zanardi...che nella mia testa ho sempre associato a quello di un ragazzo di Gemonio e questo fa ancora più paura. Conosco Pazienza solo come "personaggio" cult ma poco come fumettista, a volte purtroppo si accentuano solo le cose più superficiali delle persone, le apparenze, i discorsi fatti intorno ai loro modi di vivere e si fa meno luce su quello che hanno prodotto, questo vale per gli artisti ma anche per le persone più "normali". Per capirne di più su Paz, sono andato a cercarmi qualcosa in internet e ho trovato questo.
Buon duemilanove e che l'anno porti colore al mondo.
Buon duemilanove e che l'anno porti colore al mondo.
giovedì 1 gennaio 2009
I Fannulloni - nr. 3
Al di là dell'ospite "Pulsatilla"...
Etichette:
leggerezze,
per non saper nè leggere nè scrivere
mercoledì 17 dicembre 2008
Far niente
C'è ancora tempo. Il rientro al lavoro sarà tremendamente reale alle prime ore del prossimo mattino. Per il momento, trascorro questa breve pausa tra pennellate di rosso alla mia nuova libreria e di azzurro arancio distese dalle cime all'orizzonte meraviglioso che si fa ammirare da qui. Non è la voglia di lavorare che manca, o forse non manca del tutto. Ma questo tranquillo scivolare del tempo mi stimola a pensare che se fossi un milionario e non avessi la necessità di trovarmi un'occupazione, davvero non credo che riuscirei a fare granchè e non starei poi così bene, cosa di cui invece a volte sono convinto. Finirei per addormentarmi nel tepore che sprigiona il dolce far niente, non pennellerei nemmeno e non creerei nulla, nè di buono nè di cattivo. Mi rilasserei al punto di morire in questa dolcissima paralisi. Oggi ho bisogno di fare il palloso, una riflessione ogni tanto rigenera. Ho trovato su youtube questo video in cui Gaber parla della censura e la incollo qui sotto non perchè c'entri con quello a cui stavo pensando, ma per dare spazio al libero pensiero e tenermi caro il link.
martedì 16 dicembre 2008
I Fannulloni - prima puntata
Mentre me ne sto in panciolle nella calma apparente che intercorre tra due successivi spasmi del mio corpo affetto da virosi, carico un po' di tv alternativa. Buon cinema.
giovedì 6 novembre 2008
Ego-lution
Nota per il lettore. Quanto di seguito riportato è stato tratto da un biglietto trovato in una bottiglia lanciata allo sbaraglio in un torrente in piena lungo una discesa d'asfalto. Dibattito post atomico o frammento di discussione adattato a me stesso, letteralmente "emerso" durante una sera che definisco "primordiale".
Personaggi cibernetici:
Interlocutore e ragionatore: voce narrante, l'ego della bottiglia.
Interloquito: Spessotto, eroe in balia delle onde.
Perduto Navigante: fedele servitore dell'eroe Spessotto.
Quasi tre mesi, circa il novanta per cento di un'intera stagione.
- Perduta la direzione, Spessotto?
Liberamente predisposto al cambiamento.
Il timido passaggio dall'estate all'autunno ha depositato esigue scaglie di sole sulla mia pelle di lucertola. Tonalità del corpo ingannevoli. Il viso che assume un colore sbiadito non è il segno di un'incipiente paralisi d'animo, solo una reazione all'assenza di stimoli pro melanina. Pelle scolorita, impossibilitata a ricevere neppure una esile manciata di raggi solari nel lasso di tempo di un'intera estate.
- Eppure qualcuno ti vede meglio, sembri più alto.
Meno ingobbito dalla gravità del tempo morto stecchito.
Esteriormente una tinta immutata, dunque, ma con più O2. Diaframma dilatabile, movimento elastico che si apre e si allarga per fare entrare un'aria liberatoria, respiro che stuzzica pleure danzanti, rimbalzano le molecole di ossigeno le une sulle altre come in un'esplosione in grado di dare più lucentezza agli occhi.
- Noto da qualche tempo meno venature rosse, meno capillari sul bianco.
Ossigenato nel cuore.
Addosso, insistentemente gli stessi abiti di agosto. Ai piedi l'unica differenza, un paio di anfibi nuovi, ma del modello di sempre. Pare vi sia solo un po' meno luce all'esterno e l'acqua non ha mai smesso di gettarsi dal cielo.
- Perchè dunque ritorni a noi, Perduto Navigante?
(Risponde P.N.)
La prima, in progetto da tempo, è in fase di ultimazione. La casa semi pronta ad accogliere giornate viste da angolazione diversa. Con la seconda variabile cambia non solo l'angolazione, ma tutto il sistema si inarca in una curva vertiginosa, esponenzialmente capace di progredire alle stelle se messa in relazione alla prima. Ho messo il naso in un nuovo lavoro, impegnativo oltre misura ma reggo ancora bene. Sento anche riprendersi il ritmo del corridore che non ricordavo.
- E cosa fai nella vita? (chiede incuriosito P.N.)
Confidenzialmente, costruisco e distruggo. Consumo e produco energia atta ad essere divorata di nuovo. Ebbene cavalco lo spirito del mio tempo, cosa volete che sia. Ogni individuo ne è inesorabilmente addestrato! Ma è ancora possibile mutare se non l'intero processo, almeno la singola azione. Non importa chi sei e quello che hai. Considera per una volta il come, in che modo sei e cosa dai in più a quello che hai. Considera l'angolazione delle cose.
Assolutamente vero, produco e consumo, ma anche la più derelitta tra le omologhe vite può levarsi in uno slancio letterario. Ogni risvolto può elevarsi a letteratura, la fatica soprattutto e il lavoro e la vita nuova e quando ciò accade l'esistenza raggiunge il suo imprevisto amplesso creativo.
E tu prendi nota, mio servitore. Dai fiato all'essere che assorbe luce se posto a mezzogiorno, prende colore ogni volta che vive, rivive, si sgretola come il cielo nel vento in centinaia di esseri immaginari che l'uomo ha chiamato nuvole. Ogni volta che muta, che cambia la voce, tu prendine il tono. Non riportare te stesso, forma la creta che ti racconto, obbedisci e ogni tuo desiderio avrà soddisfazione.
Personaggi cibernetici:
Interlocutore e ragionatore: voce narrante, l'ego della bottiglia.
Interloquito: Spessotto, eroe in balia delle onde.
Perduto Navigante: fedele servitore dell'eroe Spessotto.
Quasi tre mesi, circa il novanta per cento di un'intera stagione.
- Perduta la direzione, Spessotto?
Liberamente predisposto al cambiamento.
Il timido passaggio dall'estate all'autunno ha depositato esigue scaglie di sole sulla mia pelle di lucertola. Tonalità del corpo ingannevoli. Il viso che assume un colore sbiadito non è il segno di un'incipiente paralisi d'animo, solo una reazione all'assenza di stimoli pro melanina. Pelle scolorita, impossibilitata a ricevere neppure una esile manciata di raggi solari nel lasso di tempo di un'intera estate.
- Eppure qualcuno ti vede meglio, sembri più alto.
Meno ingobbito dalla gravità del tempo morto stecchito.
Esteriormente una tinta immutata, dunque, ma con più O2. Diaframma dilatabile, movimento elastico che si apre e si allarga per fare entrare un'aria liberatoria, respiro che stuzzica pleure danzanti, rimbalzano le molecole di ossigeno le une sulle altre come in un'esplosione in grado di dare più lucentezza agli occhi.
- Noto da qualche tempo meno venature rosse, meno capillari sul bianco.
Ossigenato nel cuore.
Addosso, insistentemente gli stessi abiti di agosto. Ai piedi l'unica differenza, un paio di anfibi nuovi, ma del modello di sempre. Pare vi sia solo un po' meno luce all'esterno e l'acqua non ha mai smesso di gettarsi dal cielo.
- Perchè dunque ritorni a noi, Perduto Navigante?
(Risponde P.N.)
Il punto d'attracco, interlocutore, decisamente cambiato!Essenzialmente, ho aggiunto una doppia variabile alla mia terza vita.
La prima, in progetto da tempo, è in fase di ultimazione. La casa semi pronta ad accogliere giornate viste da angolazione diversa. Con la seconda variabile cambia non solo l'angolazione, ma tutto il sistema si inarca in una curva vertiginosa, esponenzialmente capace di progredire alle stelle se messa in relazione alla prima. Ho messo il naso in un nuovo lavoro, impegnativo oltre misura ma reggo ancora bene. Sento anche riprendersi il ritmo del corridore che non ricordavo.
- E cosa fai nella vita? (chiede incuriosito P.N.)
Confidenzialmente, costruisco e distruggo. Consumo e produco energia atta ad essere divorata di nuovo. Ebbene cavalco lo spirito del mio tempo, cosa volete che sia. Ogni individuo ne è inesorabilmente addestrato! Ma è ancora possibile mutare se non l'intero processo, almeno la singola azione. Non importa chi sei e quello che hai. Considera per una volta il come, in che modo sei e cosa dai in più a quello che hai. Considera l'angolazione delle cose.
Assolutamente vero, produco e consumo, ma anche la più derelitta tra le omologhe vite può levarsi in uno slancio letterario. Ogni risvolto può elevarsi a letteratura, la fatica soprattutto e il lavoro e la vita nuova e quando ciò accade l'esistenza raggiunge il suo imprevisto amplesso creativo.
E tu prendi nota, mio servitore. Dai fiato all'essere che assorbe luce se posto a mezzogiorno, prende colore ogni volta che vive, rivive, si sgretola come il cielo nel vento in centinaia di esseri immaginari che l'uomo ha chiamato nuvole. Ogni volta che muta, che cambia la voce, tu prendine il tono. Non riportare te stesso, forma la creta che ti racconto, obbedisci e ogni tuo desiderio avrà soddisfazione.
venerdì 8 agosto 2008
Faccioni
Beh, non è niente male questo Facebook. Quante facce, pensavo che il tempo le avrebbe cambiate e invece sono sempre loro. Non sono ancora molto pratico, ma ho ritrovato alcune persone sparse per il web, tra queste pure mia cugina americana che avevo dato per dispersa, fantastico...Certo, come tutte le cose innovative per me o diventerà una droga oppure mi scazzerò entro breve. Però, per il momento, è divertente. Enjoy it!
mercoledì 6 agosto 2008
Pigi
Accade che una sera d'agosto ti ritrovi con meraviglia a casa di sconosciuti, coniugi ognuno con una propria vita scorticata. Lei rumena dai capelli viola, una tinta fatata per nascondere il grigio invadente della vecchiaia anche su una pelle tirata est-europea. Lui evidentemente canuto, sbiadito in capo ma non sul viso, ancora rosso-iroso-sanguinolento.
Uso termini appropriati per come mi sono apparsi immediatamente quei due personaggi, trattandosi di tale categoria di creature immortali.
Donna triste Marga, d'importazione, la voce pietosa e rotta da un crollo emotivo per la durezza dell'uomo. Il suo compagno, colui che ha rapito quasi tutta la mia successiva attenzione. Uomo di strada, umiliato dalla vita, offeso, quasi ottocentescamente russo. Triste come non mai, perchè incazzato nel profondo e truculento nel gesticolare e nell'iperbole dei suoi atteggiamenti.
Forse si tratta di Pigi. Sceneggiatore, romanziere in bolletta, poeta, compagno comunista, il vecchio Paolo etc..., iroso radicale, ateo, esoterico, sulla perduta via del demonio che pare abbia preso il sopravvento sulla sua anima negli anni della senilità.
Non so cosa davvero lo abbia portato a tale tristezza, un'insofferenza per l'ingrato destino di un illuso grande uomo, un'arretratezza che non ha eguali nel riferirsi alle lotte, agli amori, alle esperienze geniali e scellerate dei suoi anni settanta.
Non li sopportavo, quegli occhi di fumo, così come la mia indole più salutistica in questo periodo non ammetteva per nulla al mondo la presenza di quel sigaro scortese.
Ho odiato quella bocca larga e guastatrice, rimpianto il mio impossibile momento di amore sulle labbra di Carmen, così troppo lontana da me quella sera, da quelle strade scure che dilatano il cuore di Cavona nel perso del bosco.
Ho temuto, lo giuro, un agguato nella sua camera sudata, atrofizzata in cima a un groviglio di scalini fatti per reggere una sola persona alla volta. Ho rovistato tra i dischi alla ricerca di sicurezza che solo la musica in certe situazioni sa dare. Come per un effetto alchemico ho sentito la plastica diventare bronzo, uno scudo armonico e possente atto a proteggere il mio animo nudo e ingenuo in quell'aria crepuscolare.
Non ho trovato nulla che fosse sicuro, nè intorno alla mia figura contratta, nè dentro il torvo delle sue parole sputate come una spessa tela di ragno, in quelle stanze morte. Ma ho la certezza che non lo abbia notato, preso dal suo io rigonfio, come un membro alla ricerca di sgualdrine, oppure una nave spezzata in brandelli nel maremoto. Questa è la storia spremuta della sua vita, una catastrofe marina, lunga una notte intera, ricolma di sale e dolore.
Eppure Gino pare si sia fidato. Gino il ligure, il mediterraneo. E forse anche per questo oggi risiede per me tra gli immortali.
Biografia contratta di Pigi, tratta da Tex "Il marchio di Satana" n. 248, anno 1981.
Paolo Ghelardini nasce a Roma il 29 settembre 1944. Vive in Lombardia dal 1950. Si laurea in Lettere e nel contempo fa esperienze in svariati campi. E' investigatore privato per "L'investigatore Commerciale" e paroliere di musica leggera. L'incontro con Fulvio Scocchera e Silverio Pisu lo porta ai fumetti. Collabora con i Fratelli Fabbri come giornalista e scrive le sceneggiature di "Messalina" per la RG. Nel 1972 scrive parecchi copioni di genere horror per la Edifumetto. Riprende per la Ediperiodici i personaggi di "Bonnie" e di "Goldrake". Sempre per lo stesso gruppo editoriale sceneggia "Oltretomba", "Terror", "Terror Blu", "Storie Blu" e "Storie Nere". Nel 1973 l'editore Viano gli affida "Vartan" che sceneggerà fino al 1977, oltre alla nuova serie di "Misterlady". L'indiana bionda è resa graficamente da Sandro Angiolini, mentre il nuovo eroe bisessuale è interpretato da Leonardo Gagliano e da Enea Riboldi. Nel 1973 per la UP International di Torelli-Fasani dà vita a "Johnny Honda", eroe contestatore in moto disegnato da Renzo Savi ed Edoardo Morricone, nonché a una personale interpretazione della vita di "Petrosino". Per lo Studio Origa scrive "Rolly Royce" e "Lady Lust". In collaborazione con Pisu sceneggia "Tom Boy", disegnato da Nadir Quinto e ospitato sulle pagine del "Corriere dei Ragazzi". Ancora per la Edifumetto sceneggia "Frankenstein", "Lupo Bianco", "Candida", "Pompea" e parecchi episodi di "Vampiro", "Vampirissimo", "I Notturni". In collaborazione con Remo Pizzardi scrive gli ultimi trenta episodi di "Lucifera", disegnati da Marchioro. Su "Eureka" pubblica la storia "Portafortuna" con disegni di Piercalo Macchi. Per "Adamo" ha creato i personaggi di "Jonesco" e "Angel & Angel" resi graficamente dallo Studio Origa. Suo hobby prediletto il cinema in super-8. Si firma con lo pseudonimo di "Pigi".
Uso termini appropriati per come mi sono apparsi immediatamente quei due personaggi, trattandosi di tale categoria di creature immortali.
Donna triste Marga, d'importazione, la voce pietosa e rotta da un crollo emotivo per la durezza dell'uomo. Il suo compagno, colui che ha rapito quasi tutta la mia successiva attenzione. Uomo di strada, umiliato dalla vita, offeso, quasi ottocentescamente russo. Triste come non mai, perchè incazzato nel profondo e truculento nel gesticolare e nell'iperbole dei suoi atteggiamenti.
Forse si tratta di Pigi. Sceneggiatore, romanziere in bolletta, poeta, compagno comunista, il vecchio Paolo etc..., iroso radicale, ateo, esoterico, sulla perduta via del demonio che pare abbia preso il sopravvento sulla sua anima negli anni della senilità.
Non so cosa davvero lo abbia portato a tale tristezza, un'insofferenza per l'ingrato destino di un illuso grande uomo, un'arretratezza che non ha eguali nel riferirsi alle lotte, agli amori, alle esperienze geniali e scellerate dei suoi anni settanta.
Non li sopportavo, quegli occhi di fumo, così come la mia indole più salutistica in questo periodo non ammetteva per nulla al mondo la presenza di quel sigaro scortese.
Ho odiato quella bocca larga e guastatrice, rimpianto il mio impossibile momento di amore sulle labbra di Carmen, così troppo lontana da me quella sera, da quelle strade scure che dilatano il cuore di Cavona nel perso del bosco.
Ho temuto, lo giuro, un agguato nella sua camera sudata, atrofizzata in cima a un groviglio di scalini fatti per reggere una sola persona alla volta. Ho rovistato tra i dischi alla ricerca di sicurezza che solo la musica in certe situazioni sa dare. Come per un effetto alchemico ho sentito la plastica diventare bronzo, uno scudo armonico e possente atto a proteggere il mio animo nudo e ingenuo in quell'aria crepuscolare.
Non ho trovato nulla che fosse sicuro, nè intorno alla mia figura contratta, nè dentro il torvo delle sue parole sputate come una spessa tela di ragno, in quelle stanze morte. Ma ho la certezza che non lo abbia notato, preso dal suo io rigonfio, come un membro alla ricerca di sgualdrine, oppure una nave spezzata in brandelli nel maremoto. Questa è la storia spremuta della sua vita, una catastrofe marina, lunga una notte intera, ricolma di sale e dolore.
Eppure Gino pare si sia fidato. Gino il ligure, il mediterraneo. E forse anche per questo oggi risiede per me tra gli immortali.
Biografia contratta di Pigi, tratta da Tex "Il marchio di Satana" n. 248, anno 1981.
Paolo Ghelardini nasce a Roma il 29 settembre 1944. Vive in Lombardia dal 1950. Si laurea in Lettere e nel contempo fa esperienze in svariati campi. E' investigatore privato per "L'investigatore Commerciale" e paroliere di musica leggera. L'incontro con Fulvio Scocchera e Silverio Pisu lo porta ai fumetti. Collabora con i Fratelli Fabbri come giornalista e scrive le sceneggiature di "Messalina" per la RG. Nel 1972 scrive parecchi copioni di genere horror per la Edifumetto. Riprende per la Ediperiodici i personaggi di "Bonnie" e di "Goldrake". Sempre per lo stesso gruppo editoriale sceneggia "Oltretomba", "Terror", "Terror Blu", "Storie Blu" e "Storie Nere". Nel 1973 l'editore Viano gli affida "Vartan" che sceneggerà fino al 1977, oltre alla nuova serie di "Misterlady". L'indiana bionda è resa graficamente da Sandro Angiolini, mentre il nuovo eroe bisessuale è interpretato da Leonardo Gagliano e da Enea Riboldi. Nel 1973 per la UP International di Torelli-Fasani dà vita a "Johnny Honda", eroe contestatore in moto disegnato da Renzo Savi ed Edoardo Morricone, nonché a una personale interpretazione della vita di "Petrosino". Per lo Studio Origa scrive "Rolly Royce" e "Lady Lust". In collaborazione con Pisu sceneggia "Tom Boy", disegnato da Nadir Quinto e ospitato sulle pagine del "Corriere dei Ragazzi". Ancora per la Edifumetto sceneggia "Frankenstein", "Lupo Bianco", "Candida", "Pompea" e parecchi episodi di "Vampiro", "Vampirissimo", "I Notturni". In collaborazione con Remo Pizzardi scrive gli ultimi trenta episodi di "Lucifera", disegnati da Marchioro. Su "Eureka" pubblica la storia "Portafortuna" con disegni di Piercalo Macchi. Per "Adamo" ha creato i personaggi di "Jonesco" e "Angel & Angel" resi graficamente dallo Studio Origa. Suo hobby prediletto il cinema in super-8. Si firma con lo pseudonimo di "Pigi".
venerdì 1 agosto 2008
Paura, eh?
In questo periodo si fa un gran parlare della mancanza di sicurezza nelle città italiane, a detta dei ns. governanti priorità assoluta e imprescindibile.
E in effetti come dar loro torto: in Italia siamo talmente ingenui e minuti da aver paura di tutto, vero? Abbiamo paura ad esempio dei rumeni, tutti sia chiaro, perchè (a noi!) non piace fare distinzioni, ma non di quei padroni che li assumono in nero e gli fanno fare il lavoro per quattro finché durano; degli zingari che ci rubano le grondaie e i risparmi in casa, ma non di quei banchieri che ci risucchiano tutto il possibile come facevano (una volta?) gli usurai.
Abbiamo paura di invecchiare da soli e così lasciamo che tanti giovani non abbiano uno stipendio regolare per trovarsi una casa, così ce li possiamo tenere stretti in famiglia (la nostra, perchè loro non se la possono permettere).
Siamo terrorizzati da assassini che affollano luoghi di vacanza, spacciatori e stupratori che si aggirano per le strade come nei thriller. E per sentirci al sicuro mandiamo i soldati novelli sulle strade a difenderci dai maniaci, dai pazzi, dai drogati.
E non muoviamo un dito quando cercano di convincerci di tutte queste temibili insidie con tutti i mezzi, ce le fanno vedere al TG, ci condiscono tutti i programmi televisivi possibili con le più improbabili situazioni pericolose così da farci credere di vivere non in Italia ma, non so, in quei quartieri di Rio dove gli Squadroni della morte ammazzano i bambini e li lasciano per strada o magari nella savana africana.
Non abbiamo paura invece che da un giorno all'altro possano essere cambiati gli articoli cardine della Costituzione come già si è tentato di fare due anni fa. Che qualche piduista risorga dalle ceneri dopo aver conquistato il controllo dei mezzi di informazione (vedi "Piano di Rinascita Democratica" -fondamento della P2 dei tesserati Berlusconi-Cicchitto e soci).
Non pensiamo che l'uso dell'esercito per le idiozie possa essere un pretesto per poterlo mettere al momento giusto a presidio dei palazzi di governo come hanno fatto nella storia tutti i migliori dittatori.
E' un periodo che non dormo più tranquillo come una volta. Perchè mi sto rendendo conto che forse davvero è il caso di iniziare ad avere paura.
E in effetti come dar loro torto: in Italia siamo talmente ingenui e minuti da aver paura di tutto, vero? Abbiamo paura ad esempio dei rumeni, tutti sia chiaro, perchè (a noi!) non piace fare distinzioni, ma non di quei padroni che li assumono in nero e gli fanno fare il lavoro per quattro finché durano; degli zingari che ci rubano le grondaie e i risparmi in casa, ma non di quei banchieri che ci risucchiano tutto il possibile come facevano (una volta?) gli usurai.
Abbiamo paura di invecchiare da soli e così lasciamo che tanti giovani non abbiano uno stipendio regolare per trovarsi una casa, così ce li possiamo tenere stretti in famiglia (la nostra, perchè loro non se la possono permettere).
Siamo terrorizzati da assassini che affollano luoghi di vacanza, spacciatori e stupratori che si aggirano per le strade come nei thriller. E per sentirci al sicuro mandiamo i soldati novelli sulle strade a difenderci dai maniaci, dai pazzi, dai drogati.
E non muoviamo un dito quando cercano di convincerci di tutte queste temibili insidie con tutti i mezzi, ce le fanno vedere al TG, ci condiscono tutti i programmi televisivi possibili con le più improbabili situazioni pericolose così da farci credere di vivere non in Italia ma, non so, in quei quartieri di Rio dove gli Squadroni della morte ammazzano i bambini e li lasciano per strada o magari nella savana africana.
Non abbiamo paura invece che da un giorno all'altro possano essere cambiati gli articoli cardine della Costituzione come già si è tentato di fare due anni fa. Che qualche piduista risorga dalle ceneri dopo aver conquistato il controllo dei mezzi di informazione (vedi "Piano di Rinascita Democratica" -fondamento della P2 dei tesserati Berlusconi-Cicchitto e soci).
Non pensiamo che l'uso dell'esercito per le idiozie possa essere un pretesto per poterlo mettere al momento giusto a presidio dei palazzi di governo come hanno fatto nella storia tutti i migliori dittatori.
E' un periodo che non dormo più tranquillo come una volta. Perchè mi sto rendendo conto che forse davvero è il caso di iniziare ad avere paura.
sabato 26 luglio 2008
Alì Ba Bà
Per alzare lo scudiscio occorrono le mani, se lo ricordi Ali Ba Bà...A quando un referendum sulla legge del taglione?
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